Non detto

settembre 29, 2015 at 11:55 am

Conoscere per partecipare: nuovo diritto di cittadinanza scientifica

Conoscere per partecipare: nuovo diritto di cittadinanza scientifica

Nell’ambito dell’undicesima edizione della Notte Europea dei Ricercatori, il 25 settembre 2015 l’Istituto Luca Coscioni ha organizzato a Roma un convegno multidisciplinare dal titolo #Scienza e Società, patrocinato dalla Camera dei Deputati e supportato dalla collaborazione del Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, il Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia dell’Università di RomaLa Sapienza” e il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli studi di NapoliFederico II” (sul sito web di Radio Radicale è possibile rivedere o riascoltare integralmente l’evento).

Il tema centrale di tale dibattito è stato la Comunicazione pubblica della scienza e nel corso della serata, attraverso il contributo di giuristi, scienziati, docenti universitari e operatori del mondo dell’informazione, si è cercato di comprendere le problematicità legate alla correttezza dell’informazione scientifica nella società contemporanea, in particolar modo in Italia.

Al termine dell’ultimo panel dal titolo “Conoscere per partecipare: nuovo diritto di cittadinanza scientifica” ho cercato di fornire un contributo alla discussione basandomi principalmente sul mio percorso universitario (Sociologia della Comunicazione) e sulla mia recente e attuale esperienza professionale. Da circa 3 anni infatti mi occupo della progettazione e della realizzazione di Piani di comunicazione in diversi settori, sia privati che pubblici, con particolare riferimento all’ambito della comunicazione online. Una delle fasi fondamentali dell’attività che svolgo è quella che in gergo è definita “Analisi dello scenario”. Per deformazione professionale, nonché per meglio sviluppare una riflessione logica su un tema così complesso e delicato come la comunicazione pubblica della scienza, ho ritenuto opportuno iniziare il mio ragionamento a partire da alcuni dati di scenario a mio avviso singificativi per affrontare un ragionamento sulla (dis)informazione scientifica online.

 

DATI DI SCENARIO: L’informazione scientifica in Italia

 

Alfabetismo scientifico

Tra le fonti più autorevoli e citate di indagini sul rapporto tra scienza e cittadini in Italia vi è il centro di ricerca indipendente Observa Science in Society che dal 2005 propone nel suo consueto Annuario Scienza, Tecnologia e Società una raccolta ragionata di informazioni e dati per meglio comprendere lo scenario e le trasformazioni legate alla ricerca sicentifica e al suo rapporto con l’opinione pubblica. Le due pubblicazioni più recenti (2014 e 2015) ci forniscono una fotografia che tende a sfatare una rappresentazione sociale che vede gli italiani come analfabeti sotto il profilo scientifico. Se si osservano infatti gli ultimi 10 anni, il livello di competenze di base dei cittadini del Bel paese è notevolmente aumentato, soprattuto in quelle fasce di popolazione tradizionalmente meno preparate. Il cammino è ancora lungo, considerando che sono ancora moltissimi gli italiani, dai 16 anni in su, a pensare che il sole sia un pianeta (40,4%), gli antibiotici uccidano sia i virus che i batteri (49%) e gli elettroni siano più grandi degli atomi (43,9%), ma osservando i trend positivi degli ultimi anni è possibile ipotizzare che siamo sulla buona strada.

 

Fruizione dei contenuti scientifici

Così come il livello di alfabetismo scientifico, anche la tendenza ad informarsi di scienza e tecnologia cresce, soprattuto per quanto riguarda la fruizione attraverso la Televisione, il Web – ormai diventato il secondo strumento preferito dai cittadini per questo tipo di informazioni – e i Quotidiani (Annuario, Scienza e Tecnologie 2015). Un dato in linea con la fruizione delle informazioni in generale, dove l’80% degli italiani si informa mediante la TV, il 44% con i Giornali (in questo caso al secondo posto) e il 40% online, in particolare attraverso Google, e i siti web di Repubblica, del Corriere della Sera e dell’Ansa (AGCOM 2015). A tal proposito è a mio avviso necessario esplicitare in maniera chiara e netta, nella presente riflessione, che “ovviamente” non vi è nessuna correlazione tra l’aumento della fruizione (e/o dell’esposizione) di contenuti scientifici e un relativo riutilizzo critico di tali informazioni. Se si osservano infatti gli ultimi dati a disposizione, presentati nell’indagine Skills Outlook 2013 dell’OCSE, il 47% degli italiani è incapace di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana (analfabetismo funzionale).

 

Democratizzazione della tencologia

Un ulteriore dato di contesto, più allargato, in quanto non riguarda esclusivamente l’Italia, ma un fenomeno globale, è quello relativo alla democratizzazione della tecnologia. Con il diffondersi di personal computer e dispositivi mobili sempre più potenti, della grande distribuzione dei software di editing, di equipaggiamenti professionali relativamente sempre meno costosi, oggi è alla portata di molti (ovviamente in relazione alle capacità personali) la produzione di contenuti informativi, grafici e audiovisivi. L’utente è diventato un prosumer (Toffler 1980), ovvero allo stesso tempo consumatore e produttore. Lo sviluppo del Web ha permesso una maggiore collaborazione in Rete, orizzontale, decentralizzata e open source (vedi fenomeno wiki) creando uno spazio in cui gli utenti possono remixare contenuti di vario genere (mash-up). Internet ha avuto e sta avendo un ruolo fondamentale nel processo di diffusione della conoscenza e nella democratizzazione dell’accesso alle informazioni: rispetto al passato, infatti, i “costi” in termini fisici, temporali ed economici sono di gran lunga inferiori e oggi il cittadino-utente può entrare in contatto con informazioni e materiali scientifici in maniera molto più semplice: pensiamo agli e-journal, alla riviste scientifiche online, ai motori di ricerca settoriali come ad esempio Google Schoolar e altre innumerevoli fonti in grado di aiutare gli utenti ad approfondire le tematiche corrispondenti ai propri interessi. Purtroppo l’Italia soffre ancora di un forte digital divide soprattuto se confrontato con i dati degli altri paesi europei. Giusto per citare un paio di dati: per quanto riguarda la diffusione della banda larga, se non ci fosse la Turchia saremmo ultimi (Akamai 2014), e in merito al rapporto tra gli italiani e Internet l’ISTAT (Cittadini e Nuove Tecnologie 2014) ci dice che 22 milioni di cittadini (38%) non si sono ancora mai connessi alla Rete.

 

Anaisi di scenario sulla (dis) Informazione Scientifica

 

COSTI E BENEFICI: le due facce del pluralismo informativo online

L’Italia, pur occupando posizioni marginali nelle diverse comparazioni con gli altri paesi Europei o dell’area OCSE, in riferimento ai fattori appena mensionati, si trova a vivere alcune problematicità che rappresentano un comune denominatore di quel 50% della popolazione terrestre attualmente connessa a Internet. Infatti, indipendentente dal contesto geografico o culturale, i cittadini-utenti che navigano sul Web si trovano a dover fare i conti con quelle che definirei le “due facce del pluralismo informativo online”.

Quando si prendono in esame le trasformazioni sociali e tecnologiche come quelle appena descritte, non è possibile, dal mio punto di vista, fare a meno di confrontarsi con quelli che sono i costi e i benefici delle innovazioni e dell’evoluzione umana. Se da un lato infatti oggi l’uomo-connesso ha a disposizione molte più fonti di informazione rispetto al passato, può produrre egli stesso contenuti, prodotti e servizi e può mettersi in relazione con altre (milioni di) persone dando vita a processi di co-creazione del sapere, sviluppando una nuova «intelligenza collettiva» (Lévy 1996), dall’altro lato, il “naturale” risvolto della medaglia è rappresentato da un sovraccarico cognitivo e di informazioni (information overload) difficile da metabolizzare e gestire con conseguenti rischi di valutazione relativi all’attendibilità e alla credibilità delle fonti informative. La circolazione di informazioni provenienti dall’ “alto” delle forme tradizionali del sapere o dal “basso” della produzione di singoli utenti, mettono oggi quindi in crisi il processo di leggittimazione e validazione scientifica.

Pluralismo dell'informazione online

 

INCENDI DIGITALI IN UN MONDO IPERCONNESSO: la disinformazione come rischio globale

La «disinformazione digitale» rappresenta «uno dei principali rischi della società moderna»: questa l’ammonizione contenuta nel report 2013 del World Economic Forum e ribadita poi successivamente anche nel 2014 dalla Prof.ssa Farida Vis dell’University of Shieffild che prendendo in esame alcuni casi di distorsione delle informazioni e viralizzazioni di bufale online evidenzia come la diffusione di false notizie possa portare a un disorientamento del dibattito politico, dell’opinione pubblica e dei mercati.

Un esempio emblematico (citato nel report 2013) è relativo alla diffusione di falsi tweet di un account fake associato al Ministro degli Interni russo Vladimir Kolokoltsev che annunciavano la morte del presidente siriano Bashar al-Assad, provocando in poche ore una notevole impennata del prezzo del petrolio. Un tipico esempio di quella che in sociologia viene definita come la legge di (William) Thomas (1928): «Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze».

World Economic Forum: le false informazioni come rischio globale

 

(dis)informazioni scientifiche

Ogni giorno i cittadini si trovano dunque a fare i conti con vicende più o meno complesse che riguardano diverse sfere di vita e tra queste vi sono informazioni legate alla scienza e alle tecnologie. Giusto per citarne alcune, particolarmente recenti e rilevanti nel (non)dibattito italiano: caso Stamina, Ogm, Sperimentazione animale, Fonti energetiche, Ambiente, Trattamento dei rifiuti. In realtà tali issues non hanno particolari differenze relative al loro trattamento nei processi di distorsione informativa, sia da parte dei media che dei cittadini. Allo stesso tempo però è possibile ipotizzare che questioni legate alla sfera della “salute” possano provocare una forte “empatia” e un maggiore abbassamento della soglia di pensiero critico, portando l’opinione pubblica ad uno sbandamento che Umberto Eco (2002), in riferimento al caso di Bella (ma lo si potrebbe applicare in egual maniera al recente caso Vannoni-Stamina) ha definito «il trionfo della fiducia magica nel risultato immediato».

Arrivati quindi a questo punto del ragionamento è lecito chiedersi: come è possibile che i cittadini-utenti nonostante abbiano acquisito, rispetto al passato, maggiori strumenti tecnici e concettuali per accedere e interpretare le informazioni (scientifiche e non), abbocchino così facilmente alle cosidette “bufale”, contribuendo inoltre alla loro diffusione?

 

BUFALE ONLINE: possibili cause di viralizzazione

Una prima “plausibile” causa di viralizzazione delle bufale potrebbe essere rintracciata nell’attuale e crescente livello di sfiducia nei confronti delle Istituzioni, siano esse di carattere politico che riferite ai media dell’informazione (Trust Barometer 2015). Tendenza meno evidente per quanto riguarda la fiducia negli Istituti di ricerca e nelle Università (ritenute credibili dall’81% del campione analizzato nell’Annuario Scienza, Tecnologia e Società 2015 di Observa), anche se il cospirazionismo “lobby e case farmaceutiche” è sempre dietro l’angolo… .

Di conseguenza, siti web meno autorevoli e di “contro” o “dis” informazione hanno lo stesso peso (se non maggiore in alcuni casi) delle tradizionali fonti di informazione. Blog e siti di bufale, manipolano immagini sintetizzano informazioni complesse, realizzano montaggi video ad hoc, presentano dati in maniera “graficamente scientifica” costruendo correlazioni spurie, ovvero eventi che per caso coincidono, ma che non c’entrano niente l’uno con l’altro. Basta poi l’immediatezza di un click da parte dell’utente per condividere l’informazione, falsa o vera che sia, con i propri contatti. Il sito web americano tylervigen.com tratta brillantemente tale questione fornendo con una stile umoristico e caricaturale un’ottima lettura di questo fenomeno.

Correlazioni spurie al servizio della disinformazione online

 

La spirale dell’omofilia

Un’altra possibile causa legata alla rapida diffusione di false notizie online è stata oggetto di un recente studio dal titolo Disinformazione virale: il ruolo dell’omofilia e della polarizzazione. La ricerca condotta da 8 ricercatori del Centro IMT Alti Studi di Lucca e afferenti ad altre realtà universitarie italiane ha preso in esame 73 pagine facebook pubbliche (39 “cospirazioniste” e 34 “scientifiche”) andando ad analizzare il comportamento di circa 1,2 milioni di utenti iscritti al social network di Mark Zuckerberg.
I risultati mostrano scientificamente
e matematicamente come il numero di Mi Piace sia direttamente correlato all’omofilia, cioè al numero di amici che fruiscono quello stesso contenuto. Una “scoperta” del tutto in linea con quanto dichiarato dallo stesso Facebook in merito al funzionamento del suo algoritmo per la presentazione dei contenuti all’interno del newsfeed: infatti tra i diversi “pesi” assegnati ai contenuti che devono avere maggiore possibilità di comparire nel flusso delle notizie vi è “anche” quello legato alle interazioni che quel link, foto o video ha avuto con i propri amici. Parafrasando il nome della celebre teoria elaborata da Elisabeth Noelle-Neumann (la spirale del silenzio) ci troveremmo dunque oggi dinnanzi ad una spirale dell’omofilia resa possibile dagli algoritmi informatici che spingono ad entrare in contatto con quelle opinioni e quei contenuti diffusi e commentati dai nostri “amici”.

 

La balcanizzazione delle idee

Analogamente già diversi anni addietro, nel 2003, il giurista Cass Sunstein nel suo Republic.com parlava dei rischi degli algoritmi della personalizzazione e della conseguente «balcanizzazione delle idee». Per Sunstein la personalizzazione dei media, possibile anche e soprattutto attraverso la rete, lascia sempre di più le persone con le loro preferenze e ideologie attuali e li allontana da opportunità di confronto con idee diverse dalle loro. Il rischio vero per la società politica americana (la Repubblica), che per l’autore non è solo un fatto di regole formali e di istituzioni politiche, ma di valori condivisi e di cultura, è quello del Daily Me. Siamo in presenza della possibilità sempre maggiore, grazie a software specializzati come quelli di Google o altri importanti motori di ricerca, di ritagliarci un’informazione su misura, un’informazione personalizzata, diversa da quella tradizionale dei giornali e dei telegiornali, ma anche dei portali generalisti. Un’informazione che rispecchi unicamente le opinioni politiche e non i gusti, gli interessi dell’individuo e del gruppo cui appartiene. Il cittadino consumatore vede confermate e rafforzate tutte le sue opinioni e anche tutti i suoi pregiudizi, mai messi a confronto con punti di vista differenti.
Inoltre si afferma un processo di polarizzazione fra differenti gruppi di viaggiatori, ciascuno con il suo menu personalizzato. Questo navigatore potrà leggere e informarsi solo di sport e mai di politica e magari solo di uno sport e solo di una squadra di baseball, potrà visitare solo siti di afroamericani se è afroamericano o siti razzisti se è razzista, senza mai capitargli di leggere, nemmeno per sbaglio o per curiosità, idee diverse, opposte o nuove rispetto alle sue. È plausibile quindi che i cittadini siano portati a selezionare fonti di informazione (o di bufale) che rafforzino le proprie opinioni. Come possibile soluzione,  l’autore si spinge, addirittura, ad ipotizzare il reindirizzamento obbligatorio verso un sito di segno politico o filosofico opposto. Naturalmente il navigatore potrebbe chiudere e ritornare al suo sito, un po’ come avviene con i reindirizzamenti obbligatori e l’apertura delle finestre pop-up a favore degli inserzionisti pubblicitari. Senza arrivare a questo si propone ad esempio che i 25 siti più popolari pubblicizzino un’icona verso siti che trattano argomenti di carattere pubblico.
Se da un lato la polarizzazione di gruppo e la frammentazione della società producono meno esperienze condivise, dall’altro il dibattito di nicchia può essere visto come un valore aggiunto garantendo un pluralismo delle informazioni e del modo di vedere il mondo. Affinché ci sia un vero pluralismo c’è bisogno di una società libera, dove «la libertà, tuttavia, impone certe precondizioni a garanzia non soltanto del rispetto delle scelte e della soddisfazione delle preferenze, ma anche della libera formazione dei desideri e delle convinzioni» (Sunstein 2003, p.125).

Le possibili cause di viralizzazione: omofilia e balcanizzazione

 

Facebook: causa e antidoto

Se ci limitassimo solamente a tali argomentazioni, sembrerebbe che il problema principale sia il mezzo (Internet e il Web), ma per quanto la tecnologia venga concepita e sviluppata nei laboratori tecnico-scientifici, con determinate intenzioni da parte dei suoi creatori, essa finisce per divenire l’oggetto dell’appropriazione sociale (Susca, De Kerckhove 2008) e l’uomo può decidere in che modo utilizzarla seguendo le finalità più diverse. La questione centrale non è dunque la tecnologia, ma le competenze di utilizzo e lo sviluppo di un pensiero critico volto alla ri-elaborazione delle informazioni. Un bastone può essere utilizzato sia per aggredire una persona sia per aiutare un cieco ad attraversare la strada e a conoscere la realtà esterna (Bateson 1972). Eppure sempre più spesso ci capita di assistere a talkshow o leggere articoli superficiali, riduttivisti e ideologici di stampo apocalittico, francofortista e tecnodeterminsita che diffondono paure sull’onnipotenza della tecnologia e dei media sugli esseri umani. Tra i principali imputati di questo “dibattito” (dentro e fuori la rete) vi è Facebook. Questa riflessione meriterebbe di certo un approfondimento maggiore che potrà essere oggetto di future analisi, ma è proprio lo stesso social network, per fini privati e di mercato, a produrre, con i suoi addetti ai lavori, importanti innovazioni che hanno delle forti ricadute sociali, a mio giudizio positive, poiché si incominciano a intravedere dei primi “antidoti” al “virus della disinformazione” e della diffusione delle bufale online.
Un primo prodotto in tal senso è Facebook Newswire: presentato il 24 aprile 2014, questo progetto nasce dalla partnership con Storyful, (una agenzia di verifica e acquisizioni di news sui social media, acquisita nel 2013 dalla News Corp Murdoch) e rappresenta una “agenzia stampa” che lavora sui social media per filtrare contenuti informativi prodotti in rete e verificati, ad alto potenziale di notiziabilità. Attraverso l’omonima pagina facebook (e il profilo Twitter) Facebook Newswire costituisce uno strumento utile sia per gli utenti comuni che possono essere sicuri della veridicità di alcune delle informazioni social più “virali”, sia per i giornalisti che possono trovare contenuti verificati nel costante brusio degli user generated content.

Proseguendo in questa direzione, a circa un anno di distanza, il 12 maggio 2015, il social network di Menlo Park ha poi annunciato Instant Articles una piattaforma che consentirà di integrare i contenuti editoriali all’interno del newsfeed di Facebook e leggerli integralmente in maniera istantanea e interattiva. Un’opportunità per gli editori di intercettare attraverso un linguaggio visivo e narrativo un’audicence molto ricca di utenti che a loro volta potranno fruire di contenuti attendibili “comodamente” standosene nel proprio “habitat” sia desktop che mobile (800 milioni di utenti ogni messi si collegano da mobile a Facebook).

Infine, l’ultimo arrivato in “casa Zuckerberg” è Signal annunciato il 17 settembre 2015. Signal è un aggregatore di notizie (e foto Instagram) in tempo reale, un vero e proprio desk rivolto ai soli giornalisti che consente di organizzare tutte le principali informazioni che circolano su Facebook (e Instagram), di elaborare ricerche e di studiare i trend di diffusione delle notizie.

Tra gli strumenti di gestione e diffusione delle notizie Facebook non ha pensato solamente ai giornalisti: a partire dal 20 gennaio 2015 ha infatti introdotto la possibilità per tutti gli utenti di inviare segnalazioni in merito alla veridicità dei contenuti che popolano il newsfeed. Un sistema di feedback dal basso che consentirà a Facebook di capire meglio quali notizie potrebbero essere delle bufale e quindi limitarne la diffusione.

E chissà se in un futuro prossimo – avanzo una proposta per Mark Zuckerberg – con l’analisi e lo sviluppo degli algoritmi relativi ai “Related articles” potremo, dopo aver aperto il contenuto di nostro interesse, visualizzare in pochi secondi anche i relativi “verified articles”, ovvero stesso tema del contenuto scelto, ma pubblicato su una fonte attendibile, e perché no anche gli ”opposite articles”, contenuti che presentano argomentazioni contrarie a quelle che si stanno leggendo (così come avrebbe voluto Sunstein in Republic.com).

Facebook: related articles vs opposite or verified articles

 

BUFALE ONLINE: altri possibili rimedi

 

Siti web anti-bufale

Gli esempi appena citati si vanno ad aggiungere ad una lunga lista di blog anti-bufale, siti di fact-checking, forum e community di approfondimento scientifico, gruppi social anti-cospirazionismo, riviste scientifiche online, nonché di sezioni scientifiche presenti sui principali quotidiani online che costituiscono degli ottimi strumenti di verifica delle informazioni in Rete.

Possibili rimedi: siti web anti-bufale

 

Educazione all’utilizzo e alla selezione delle informazioni

Ma per costruire ulteriori “anticorpi” al virus delle bufale è necessaria una più attenta “educazionealle fonti di informazione. Un processo che dovrebbe partire già dalla scuola primaria dove i “bambini” possiedono e utilizzano già un dispositivo in grado di connetterli alla Rete, ma non hanno ancora strumenti concettuali per poter analizzare le fonti di informazione.

 

Tempo di adattamento

La strada è sicuramente lunga, ma come per qualsiasi fase di transizione portatrice di cambiamenti culturali, sociali, economici e tecnologici è necessario un certo periodo di adattamento che può essere “alterato” dal modo in cui sapremo organizzare la ricerca, l’innovazione e la comunicazione pubblica della scienza. È una storia già vista, è la storia dell’uomo sul pianeta Terra. È dunque più che probabile che in un futuro, non molto lontano, riusciremo a metabolizzare l’information overload, selezionando e governando la vasta mole di informazioni e dati in cui siamo immersi, riuscendo così a distinguere più limpidamente cosa è credibile e cosa va scartato e come rielaborare in maniera critica ciò che abbiamo selezionato.

Possibili rimedi: tempo al tempo (capacità di adattamento)

 

LA (DIS)INFORMAZIONE: una questione di responsabilità diffuse

Un argomento così complesso non può ragionevolmente prevedere delle vere e proprie conclusioni. Di conseguenza la riflessione rimane provvisoria e aperta, ma credo sia necessario aggiungere un ulteriore elemento al presente ragionamento: la responsabilità.

Quando parliamo di comunicazione e informazione pubblica della scienza in Italia, l’atteggiamento degli attori implicati in questo processo mi riporta alla mente quello che il saggista francese Pascal Bruckner (2001) ha definito la «tentazione dell’innocenza». Il ragionamento di Bruckner si riferisce alla condizione dell’uomo occidentale che in seguito all’affermazione delle principali libertà individuali tende «a sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni e a godere dei benefici della libertà senza soffrire nessun inconveniente». Allo stesso modo scienziati, professori, giornalisti, cittadini, politici tendono a svincolarsi dalle proprie responsabilità cercando di trasferire la “colpa” agli altri soggetti. Credo invece che, seppur con specificità e “pesi” diversi, tutti questi attori siano responsabili di una cattiva informazione (scientifica).

 

I Media di informazione: Giornalisti ed Editori

Il sistema dei media e i suoi protagonisti hanno una notevole responsabilità sociale nel momento in cui trattano argomenti complessi e delicati in maniera semplicistica, riduttiva e superficiale. Sempre più spesso troviamo tra le pagine dei giornali o sui rispettivi siti web casi di malainformazione (anche vere e proprie bufale) a volte dovuti a “semplice” incompetenza, «prostituzione intellettuale», paura di andare contro il politicamente corretto, contro il senso comune e l’opinione pubblica, nonché spinti da alcune logiche legate alle strategie di produzione di notizie “acchiappa click” (click-bait) indirizzate ad ampliare l’audience e gli introiti pubblicitari a discapito dei “costi sociali” prodotti da tali azioni.

 

La Ricerca: Scienziati e Ricercatori

La responsabilità del mondo della ricerca è sostanzialemente quella di essere poco attenta alla divulgazione. Una produzione scientifica che rimane spesso chiusa nel suo compartimento stagno, a giudizio esclusivo dei suoi peer. Come se la diffusione dei risultati prodotti dalla scienza possa screditare l’erudizione della suo operato. Ricercatori che non investono nella cooperazione con comunicatori e giornalisti scientifici per realizzare una maggiore e migliore diffusione del sapere scientifico, dimenticando che «la scienza […] quando conquista un nuovo sapere sull’uomo e la sua natura, abbia il dovere di diffonderlo, condividerlo e offrirlo al dibattito pubblico, perché la società lo applichi in modo consapevole alle varie discipline» (Umberto Veronesi 2013).

 

La Scuola e l’Università – Docenti (didattica)

La scuola, l’Università e i docenti dovrebbero puntare maggiormente su un approccio meno nozionistico e più stimolante, orientato allo sviluppo di un pensiero critico. Oggi gli insegnanti si trovano ad affrontare sfide inedite: i docenti dovrebbero iniziare un percorso di aggiornamento (continuo) volto alla conoscenza dei nuovi scenari della comunicazione (in rapidissima evoluzione) acquisendo così quelle competenze che, fin dalla scuola primaria, consentirebbero di guidare gli studenti tra le impervie vie del Web, promuovendo percorsi critici di navigazione volti all’analisi e alla selezione delle fonti di informazione in Rete.

 

I Cittadini

Oggi i cittadini hanno una pluralità di strumenti e canali rispetto al passato per poter accedere alle informazioni a partire dal palmo delle proprie mani. Lo status di “vittima” che spesso gli è attribuito (o che lo stesso cittadino si auto-attribuisce) non può più poggiarsi sugli alibi del passato. La loro (nostra) responsabilità è quella di non investire abbastanza tempo per approfondire questioni di interesse pubblico e di non verificare l’attendibilità delle informazioni che scorrono davanti ai propri (nostri) occhi. La responsabilità del cittadino è anche quella di non cercare l’incontro/confronto con il (pensiero) diverso dal proprio e di non tentare di intraprendere un percorso dialettico scevro di ideologie e aperto al confronto, al dibattito.

Informazione e disinfomrazione: La responsabilità dei cittadini

 

La Politica

Ultimo, ma non ultimo, l’attore che probabilmente ha una maggiore responsabilità rispetto agli altri è la Politica. È la Politica che dovrebbe funzionare da “reagente” e come in una reazione chimica velocizzare (e coordinare) quel processo di collaborazione tra i diversi attori appena mensionati. Non è una questione economica legata esclusivamente agli investimenti nella ricerca e nell’innovazione (aspetto ovviamente di fondamentale importanza), ma una questione di visione (olisitca) dell’organizzazione di una comunità che ha bisogno di comprendere in quale direzione si sta muovendo. In un particolare momento storico dell’evoluzione umana in cui il “Diritto alla Conoscenza” cerca una sua codificazione giuridica all’ONU (iniziativa che prende le mosse proprio dall’Italia grazie al costante impegno e alla battaglie civili del Partito Radicale e di Marco Pannella) come diritto umano universale, la Politica dovrebbe farsi carico di questi obiettivi per consentire a tutti i cittadini di conoscere le decisioni dei Governi che incidono sulle diverse sfere della società, influendo sui diritti umani e le nostre libertà civili.

La Politica dovrebbe tener conto che «la scienza e la tecnologia stanno cambiando drasticamente il mondo ed è fondamentale assicurarsi che questi cambiamenti avvengano nella direzione corretta. In una società democratica ciò significa che tutti dobbiamo avere una conoscenza basilare della scienza, in modo da potere prendere le nostre decisioni con cognizione di causa senza lasciarle in mano agli esperti» (Stephen Hawking 2015).

Ma affinché questo sia possibile è urgente creare le condizioni per un dibattito aperto, che rappresenta il sale della democrazia, e un confronto “non urlato” per favorire lo sviluppo di un pensiero critico e di una vera e propria cultura scientifica.

 

Una sintesi dei principali contenuti di questa riflessione è presente in questa presentazione


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